Lu Frasulinu
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1. La vita e le origini: da fabbro a emarginato
In gioventù, Giuseppe era un uomo laborioso e stimato: esercitava con perizia il mestiere di fabbro artigiano del ferro battuto nelle fucine di San Pietro Vernotico, in un'epoca in cui ferrare i cavalli, riparare gli aratri e forgiare gli attrezzi agricoli costituiva l'ossatura economica del paese.
La sua esistenza fu però sconvolta da un evento intimo devastante: l'abbandono da parte dell'amata moglie. Incapace di reggere il peso della solitudine e della vergogna sociale che in quel tempo accompagnava simili vicende nelle piccole comunità meridionali, Giuseppe scivolò lentamente in una profonda depressione e nell'alcolismo cronico.
Persa la bottega e ogni sicurezza materiale, scelse (o fu costretto dalla vita) la strada, diventando per tutti i sampietrani "Lu Frasulinu", una figura pittoresca e marginale che si aggirava costantemente per le vie del centro e nella piazza principale.
2. Le esibizioni in piazza: "Dumame, stutame!"
Piazza del Popolo, dominata dalla trecentesca Torre Quadrata, era il palcoscenico quotidiano di Frasulinu. Sempre barcollante per il vino ma animato da una bizzarra genialità comica, si guadagnava da vivere intrattenendo gli avventori delle cantine e i passanti con numeri di strada al limite dell'incredibile, per raccogliere pochi spiccioli con cui comprare un altro quartino di vino (lu quartinu ti mieru).
Il Numero della "Lampadina Umana"
Il suo numero più celebre e drammatico consisteva nel mettersi una lampadina elettrica (o un pezzo di vetro lucido) tra le labbra. Presentandosi davanti ai compaesani urlava a gran voce in dialetto:
("Accendimi, spegnimi! Io sono una lampadina!")
A quel richiamo, gli astanti gli sferravano sonori schiaffi sul viso (li sgarzuni) al grido di «Dumate!» per "accenderlo" e poi un altro schiaffo per "spegnerlo" («Stutate!»). Frasulinu sopportava i colpi con rassegnazione teatrale, al solo scopo di raccogliere le monetine cadute a terra, arrivando col tempo a perdere i denti a causa delle percosse subite.
Non solo la lampadina: la leggenda paesana racconta che Frasulinu, per scommessa o disperazione, fosse capace di ingoiare piccoli pezzi di vetro, chiodi o ricci di mare senza pulirli dalle spine, sfidando il dolore corporeo pur di attirare l'attenzione e non morire di stenti.
3. La tragica scomparsa
La vita di Frasulinu si concluse con un epilogo tanto drammatico quanto simbolico. Durante una gelida notte invernale di tramontana, dopo aver bevuto l'ultimo bicchiere di vino in una taverna del paese, non trovò riparo dove dormire.
All'alba del giorno seguente, il suo corpo senza vita fu rinvenuto alle porte del paese, riverso in una pozzanghera gelata, morto per assideramento. Come narrato anche dai testimoni dell'epoca, sul volto provato dalle intemperie conservava ancora un enigmatico e dolce sorriso, come se la morte fosse giunta a liberarlo dalla solitudine e dalla crudeltà del mondo.
4. Il capolavoro di Domenico Modugno
Il cantautore Domenico Modugno (1928-1994) si trasferì con la famiglia a San Pietro Vernotico nel 1935, all'età di 7 anni, quando il padre Vito fu nominato comandante del locale corpo delle guardie municipali. A San Pietro Vernotico Modugno visse tutta la fanciullezza e la prima giovinezza, frequentando la scuola, imparando il dialetto sampietrano e iniziando a suonare la chitarra e la fisarmonica.
Modugno conobbe da vicino Lu Frasulinu nei suoi anni giovanili e ne rimase profondamente segnato. Quando all'inizio degli anni '50 cominciò la sua carriera artistica a Roma, trasse ispirazione dalle storie e dai personaggi visti con i propri occhi a San Pietro Vernotico.
ca è 'rriatu lu Frasulinu
ca vi fa ridiri a tutti quanti...
Ddumame, stutame... ddumame, stutame!»
Nel brano "Lu Frasulinu" (pubblicato per la prima volta su disco a 78 giri nel 1954 e successivamente reinterpretato nell'album capolavoro Con l'affetto della memoria del 1971), Modugno dà vita a una straordinaria pagina di teatro-canzone:
- La pietà umana: Modugno rifiuta la derisione facile: la sua voce passa dall'ironia grottesca alla commozione più profonda, restituendo a Frasulinu tutta la sua dignità d'essere umano.
- Il dialetto sampietrano: La canzone è cantata nell'autentico vernacolo di San Pietro Vernotico, confermando come le prime grandi canzoni dialettali di Modugno (spesso scambiate erroneamente per siciliane per via della vicinanza fonetica) siano nate a San Pietro Vernotico.
- La denuncia sociale: Attraverso la vicenda del "pazzo del villaggio", Modugno denunciava l'indifferenza e la cinica crudeltà con cui la società benpensante trattava gli ultimi.
5. La testimonianza poetica paesana
Il ricordo di Frasulinu non è svanito con il tempo, ma è rimasto vivo nel cuore dei sampietrani, passando di bocca in bocca fino a essere immortalato anche nelle rime popolari contemporanee.
Nel database letterario di Dialetto Sampietrano è conservata una toccante poesia dialettale scritta da Stefania Leone (Poesia #20, archivio 2024), che riassume magistralmente l'essenza della sua figura:
6. Significato e memoria nella cultura sampietrana
Nella catalogazione linguistica del nostro sito:
- Nel Vocabolario (voce #348 inserita da Pierluigi Covelli), la parola Frasulinu è catalogata come termine storico intraducibile: "Personaggio del paese al quale Domenico Modugno dedicò anche una canzone".
- Nell'archivio delle 'Ngiurie (soprannomi di famiglia #230), Lu Frasulinu figura tra le memorie familiari del borgo.
Ricordare oggi Lu Frasulinu significa rendere omaggio a quel mondo contadino e paesano di un tempo, fatto di sofferenza, povertà ma anche di immensa poesia e verità umana. Egli non fu soltanto "lu scemu te Santu Pietru", ma l'incarnazione vivente della fragilità umana che l'arte di Domenico Modugno ha reso eterna nel firmamento della musica italiana.
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